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[LIBRI] Una produzione Kim Jong-Il


 


  

Al vertice del nostro interesse c'è naturalmente Pulgasari, il kaiju eiga nordcoreano che ha fatto parlare di sé anche al di là della cortina di ferro: ma la storia del libro qui trattato è invece quella con la maiuscola, che si è svolta dietro le quinte, e che fa luce su un regime e una società, quella nordcoreana, dove “tutto è assurdo e tutto è falso, ma non importa”. Uno “Stato-teatro: un'esperienza ritualizzata, un sistema di simboli, spettacoli e rappresentazioni concepite per mantenere l'autorità e la legittimità di un sistema che non ne ha alcuna”. Una società dello spettacolo ante litteram, governata anzi diretta da un fervente cinefilo, prima a capo del dipartimento di propaganda e poi della nazione intera, convinto che il potenziale affabulatorio della settima arte dovesse essere un tutt'uno con il sistema culturale ed educativo del proprio popolo. In nome del quale si poteva anche arrivare al gesto estremo di rapire un regista da un altro paese.

 

Paul Fischer, l'autore del libro, è un produttore cinematografico e scrittore: dunque una persona che capisce il fascino insito in una figura contraddittoria come è stata quella del dittatore comunista Kim Jong-Il, cinefilo, produttore, collezionista di pellicole, contrabbandiere di film altrimenti vietati dalle regole da lui stesso imposte, e primo spettatore dell'industria di stato. Ne sottolinea la megalomania, insieme alla grande passione e alla sterminata sete di potere; racconta la sua ascesa e il suo dominio, rimarcando la sua estrema voglia di dare forma a una cinematografia locale (e quindi di propaganda) che fosse dotata di un respiro internazionale e apprezzata nei grandi festival. La parabola del regime ha un sapore squisitamente orwelliano, con la figura del Grande Leader Kim Il-Sung (padre e predecessore dello stesso “Caro Leader” Kim Jong-Il) che riecheggia il celebre Grande Fratello, mentre un oliato meccanismo dittatoriale spinge il popolo alla continua acclamazione dell'ideologia di stato e gli strumenti di cultura e propaganda riscrivono la Storia a seconda delle convenienze di parte, modificandola alla bisogna dopo ogni epurazione. Il fatto che la vicenda si iscriva fra il 1978 e il 1985 rende peraltro ancora più pregnante il paragone con il 1984 dello scrittore inglese.

 

In parallelo c'è la storia di Shin Sang-Ok, celebrato regista sudcoreano, che dopo una brillante carriera costellata anche di premi internazionali era caduto in disgrazia, complice la perdita di consenso presso le stesse autorità del suo paese. Il piano di Kim Jong-Il è tanto folle quanto lineare: rapire Shin e sua moglie, l'attrice Choi Eun-Hee, amatissima in patria, per metterli a capo dell'industria cinematografica nordcoreana. La natura paradossale della vicenda trova ulteriore linfa nel fatto che da un lato Shin ritrova di fatto la possibilità di tornare a girare, negatagli in patria, con mezzi faraonici e una libertà subordinata soltanto ai desiderata di Kim (il quale però si dimostra di manica larga, certo com'è che Shin sia l'uomo giusto per far prosperare l'agognata cinematografia di stato); dall'altro, Choi e Shin recuperano un'intesa ormai perduta in un matrimonio che in patria era già avviato al declino. Successo e amore, insomma, che però non cancellano mai la voglia di fuggire dalla prigione dorata in cui li ha rinchiusi Kim Jong-Il. E la chiave di volta si rivela proprio Pulgasari, un successo internazionale che permette a Shin di avere l'occasione giusta per tentare la sua azzardata evasione.



A proposito del film, Fischer si dimostra sprezzante e ingeneroso (“il film è lungo e insalvabile”, “il peggior film che [Shin] aveva fatto”), non si dilunga troppo sui dettagli sulla lavorazione, ma ne sottolinea quantomeno la complessità tematica: “Chi era davvero Pulgasari? Un ovvio strumento di propaganda concepito da Kim Jong-Il? O un atto di ribellione da parte di Shin, abilmente camuffato? […] Il film di Shin sarebbe un'opera sofisticata, che criticava in modo cifrato il regime di Kim Il-Sung”. Sebbene relegato soltanto alla fine della lunga trattazione, il film trova comunque una contestualizzazione in un quadro storico, politico e artistico che risulta in questo modo molto chiaro. Il ritratto fornito da Fischer è infatti documentato con cura e completo nei dettagli, attento a esplorare le varie sfaccettature di una storia così assurda, tracciando un percorso che va dalla nascita della Corea del Nord (e quindi dalla ridefinizione dello scenario asiatico dopo la Seconda Guerra Mondiale) ai giorni nostri, lasciando scorrere le vicende dei protagonisti in parallelo, fino a quando il destino non le fa intrecciare. Lo stile è quello tipico della saggistica americana: scorrevole e in grado di rendere la lettura piacevole e avvincente, trasformando un assurdo evento storico in una sorta di “giallo” in grado di enfatizzare i momenti topici sfruttando gli stessi meccanismi affabulatori del mondo che racconta con tanta dovizia di particolari. Il racconto di un potere di cartapesta, ma spietato e autoreferenziale. Un regime che è Pulgasari, sintesi e icona di una vicenda che dimostra una volta di più il legame a doppio filo tra Storia e Cinema.

 

Una produzione Kim Jong-Il – La storia incredibile ma vera della Corea del Nord e del più audace rapimento di tutti i tempi

(A Kim Jong-Il Production: The Incredible Story of North Korea and the Most Audacious Kidnapping in History)

Scritto da Paul Fischer

Editore: Bompiani, collana Overlook

Prima edizione Ottobre 2015

400 pagine, 19 euro