30/04/2017, ore 14:46 |  Login  |  Registrati
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Kong: Skull Island - la recensione!


 


  

C'è un momento, nella prima parte di Kong: Skull Island in cui il personaggio di Mason Weaver (interpretato da Brie Larson) si trova faccia a faccia con il nostro amato gorilla. I due si scambiano uno sguardo e... poi lui se ne va. Niente romance, niente bella che conquistò la bestia come da tradizione. Già in questa scelta si nota come la Legendary Pictures abbia mantenuto la promessa: Kong: Skull Island non è un remake delle classiche versioni di Cooper/Schoedsack, John Guillermin o Peter Jackson, ma invece una nuova storia ambientata nella stessa Isola del Teschio (“dei teschi” nel doppiaggio), in una realtà a sé stante.

 

C'è però la consapevolezza della figura mitica di Kong e del suo lascito sedimentato nell'immaginario collettivo attraverso le varie iterazioni, secondo un modus operandi coerente con quello del Godzilla di Gareth Edwards - sebbene poi le due opere posseggano un'autonomia stilistica molto marcata. È chiaro come il lavoro compiuto vada al di là delle semplici citazioni o strizzate d'occhio - che pure non mancano, e alcune sono davvero molto belle. Piuttosto c'è un'elaborazione che tenta di raggiungere una specificità non soltanto iconica, ma anche di senso. Gli autori si chiedono cosa abbia rappresentato davvero il personaggio e come lo si possa aggiornare al presente. Sia la versione del '33 che quella del '77 arrivavano in un periodo di turbolenze storiche: la prima come pulsione escapista nei confronti della Grande Depressione del 1929 verso un Paradiso esotico che si rivelava invece una sorta di laboratorio di pulsioni divisive (uomini contro mostri, passioni umane contro passioni bestiali), quasi una prefigurazione della Seconda Guerra Mondiale a venire. La versione anni Settanta, dal canto suo, sorgeva dal sogno neo capitalista dell'America immersa nella crisi petrolifera per prefigurarsi in una “guerra in casa” di fuoco e metallo, fra il Vietnam e l'estetica postatomica dei futuri anni Ottanta.

 

Il Kong del terzo millennio è storicamente situato ancora nei Settanta e pesca da questi due estremi: la Seconda Guerra Mondiale come punto d'origine e il Vietnam come ombra che incombe sulla narrazione di due umanità. Una che si è lasciata alle spalle il conflitto e ha costruito un nuovo modo di rapportarsi alla realtà, privo di dualismi e competitività, basato sulla comprensione silenziosa dell'altro; e una che invece quella guerra se la porta dentro e tenta di perpetuarla all'infinito. Come dire che, ancora una volta, l'Isola del Teschio è il teatro di opposte possibilità: se ne può apprendere la lezione imparando ad amare la mostruosità; o si può vedere in essa lo specchio delle proprie pulsioni più oscure.

 

In questo senso si vede la mano del regista Jordan Vogt-Roberts e la sua voglia di sfruttare l'avventura per un'analisi più approfondita delle dinamiche interne a una comunità che fa rima con umanità (come visto in The Kings of Summer): in effetti, è interessante l'elemento umano, qui più pregnante che altrove, con personaggi sicuramente molto tipizzati, ma capaci di far breccia nell'interesse dello spettatore, grazie anche al carisma degli attori – in particolare spicca il tenente Marlow del bravissimo John C. Reilly, mentre poca traccia lascia la “quota cinese” rappresentata da Tian Jing. Il gorilla resta in ogni caso il perno di tutto, ma la narrazione è corale poiché a interessare sono le dinamiche oppositive o empatiche che gli umani intrecciano con lui.

 

La struttura, per il resto, è molto classica: un'avventura vecchio stampo, ma con un occhio alla nostra Storia, ovviamente al netto delle piccole ucronie necessarie a rendere il tutto più coerente. L'andamento è diseguale, con un respiro narrativo che sembra realizzarsi più nelle singole parti che nell'intero, nel tentativo di trovare la quadra fra le diverse anime del progetto, per mantenere sempre la “leggibilità” degli eventi: si passa così dal piacere del film di mostri, all'ossessione del perdersi nella giungla (non a caso c'è pure un Conrad...), a qualche gustoso tocco ironico che comunque non prende mai il sopravvento sulla serietà dell'insieme. Da gustare fino alla fine.