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[CINEMA] Pacific Rim: La rivolta


 


  

di Davide Di Giorgio


C'è un momento, nel Pacific Rim di Guillermo Del Toro, in cui il kaiju Leatherback, emergendo dalla baia di Hong Kong, schiaccia con una zampa un autoarticolato con tutto il rimorchio: non sappiamo se sia una scena motivata da mere esigenze spettacolari, ma diverte pensare che in quel momento il film stia lanciando una simpatica frecciatina a Transformers, che ha nel robot-camion Optimus Prime uno dei suoi principali simboli. D'altra parte lo stesso Del Toro, nelle dichiarazioni rese all'epoca, ha preso nettamente le distanze dai robot della Hasbro, rivendicando l'autonomia del suo progetto.

Il primo dettaglio che, al contrario, risalta in Pacific Rim: La rivolta è proprio il tentativo di stare nell'immaginario contemporaneo, quello di chi i robot sullo schermo ha già contribuito a renderli celebri. Lo scalcagnato Scrapper rimanda infatti un po' a Bumblebee e, con la sua taglia intermedia e la capacità di trasformarsi in sfera, sembra voler costituire apposta un tramite fra i Transformers e i giganteschi Jaeger che, complice il successo buono ma comunque interlocutorio del precedente capitolo, devono ancora guadagnarsi il “posto al tavolo” dei campioni.

Tutto il film ha in effetti il sapore di un tentativo di razionalizzare il materiale a disposizione: la scelta di un regista come Steven S. DeKnight, che si è fatto le ossa nella serialità televisiva e ha assemblato appositamente una “writer's room” per mettere in fila spunti e snodi narrativi, è chiaramente finalizzata a creare un universo meno episodico e più coerente. L'obiettivo finale è quello di germinare ulteriori possibili terminazioni a medio-lungo termine, per far fruttare quella che – gioverà ricordarlo – resta una delle pochissime saghe ad alto budget non tratte direttamente da un fumetto/un film preesistente/un cartoon/un brand.

Si tratta perciò di dare equilibrio e sostanza alla storia, e in quest'ottica va inquadrato il tentativo di creare una generazione autonoma di piloti, che costruiscano sul già fatto e siano uniti da legami forti a chi è venuto prima, ma possano poi definire dinamiche autonome. La narrazione sta più addosso al gruppo, cercando di definirne le parti in modo più amalgamato e con una caratterizzazione meno tagliata con l'accetta (seppur all'interno di caratteristiche comunque abbastanza tipizzate): i personaggi di Jake Pentecost e Amara Namani prendono così il posto di Raleigh Becket e Mako Mori, ma senza sembrare dei semplici ricalchi. A volte si arriva anche a sovvertire le aspettative, con drastiche uscite di scena di personaggi consolidati o rovesciamenti dei ruoli fra buoni e cattivi – che poi è lo spunto che riaprirà la lotta fra gli umani e la razza genitrice dei kaiju, forse un po' debole di per sé, ma coerente con il tratteggio che si è voluto dare alla storia.

L'attenzione con cui si mantengono gli elementi iconici del primo film, pur nel segno di una maggiore autonomia, si nota nei puntuali omaggi che però si accompagnano a innovazioni, che allargano il raggio d'azione del progetto, segno che gli autori sanno di “cosa stanno parlando”. Quindi si guarda ancora alla tradizione dei mecha anime e dei tokusatsu, ma da Mitsuteru Yokoyama e Go Nagai, ci si sposta stavolta verso i cosiddetti Real Robot, con tanto di cameo diretto del Mobile Suit Gundam, e si insiste maggiormente su un confronto diretto tra Jaeger – probabile retaggio della passione di DeKnight per i gladiatori, già dimostrata nel serial Spartacus. I kaiju fanno quindi capolino alla fine, in una interessante variante Gestalt in azione direttamente alle pendici del monte Fuji - tanto per essere chiari - mentre le battaglie avvengono di giorno con un piglio più dinamico, ma in fondo nemmeno troppo distante dal precedessore riguardo alla “pesantezza” dei corpi meccanici.

Tutti questi elementi determinano allo stesso tempo la forza e il limite del film, che riesce a risultare interessante tanto più si è in sintonia con gli universi di riferimento e comunque molto godibile per la capacità del regista di mantenere l'assetto spettacolare rendendo chiara l'azione. Il rischio è sicuramente quello di un prodotto più artificioso, decisamente meno autoriale di quello di Del Toro, e non privo di una certa malizia, visivamente meno espressivo ma comunque funzionale. Di particolare interesse è in ogni caso lo scenario geopolitico che la vicenda costruisce: si va dai tentativi di “privatizzazione” del mercato Jaeger, al ruolo di primo piano assunto dalla Cina che, forse per la prima volta in un blockbuster di questo tipo, guarda da pari a pari il colosso statunitense.

Merito della proprietà cinese della Legendary Pictures, certo, ma non si cada nell'errore della facile sottovalutazione: anche alla luce dei processi in corso all'interno di questo secondo capitolo, Pacific Rim è destinata a rimanere senza alcun dubbio come una saga fondamentale per capire i processi di penetrazione dell'iconografia pop asiatica all'interno dell'immaginario mondiale.