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[FILM] Colossal


 


  

di Davide Di Giorgio


Qualsiasi considerazione su Colossal non può che partire da quell'accusa di plagio di Godzilla che ha procurato al film immediata attenzione: problema nato evidentemente dalla voglia di “vendere” più facilmente una bizzarra commedia esistenziale con mostro gigante, un soggetto altrimenti non facile da piazzare. L'Italia, va da sé, ha preferito risolverla alla solita maniera: saltando la sala e delegando la visibilità del film a Netflix e alle edizioni digitali.

Come si può notare, per la cover del Blu-ray Eagle Pictures (da cui muove questa recensione), si è utilizzato l'affisso più epico e in linea con le aspettative del kaiju eiga. La promozione non ha comunque lesinato in bozzetti (potete vederne un'intera galleria su Imp Awards) e notiamo come la quasi totalità dei casi cerchi invece di ricollocare più opportunamente la vicenda in territori da commedia alla Joe Dante.

Così, il genere resta quello agrodolce con toni fantastici che nel recente cinema americano sta seminando spunti interessanti, puntualmente ignorati dalla pigra distribuzione nostrana (si pensi a Safety not Guaranteed): storie di vita quotidiana, scosse da elementi “impossibili”, che però servono soprattutto a esplorare il passato dei personaggi e le dinamiche di coppia. Territorio fertile per il regista e sceneggiatore Nacho Vigalondo, che porta avanti la sua poetica di omaggi ai vari filoni del fantastico, ma sempre stuzzicando dinamiche certamente più “terrene”.
 

La protagonista Gloria (Anne Hathaway) è quindi un autentico disastro: alcolista, disordinata nella gestione di cose e persone, non riesce a trovare lavoro e, mandata via di casa dal compagno, decide di tornare nella sua città natale per riordinare le idee. Lì ritrova l'amico d'infanzia Oscar (Jason Sudeikis), che le offre aiuto e forse anche una nuova possibilità affettiva. Ma tutto è complicato dalla scoperta che, quando si ritrova in un punto particolare, Gloria è in grado non solo di evocare, ma anche di comandare un kaiju che semina il panico in Asia (in Corea per la precisione, tanto per eliminare ogni ulteriore parallelo con le scorribande giapponesi di Godzilla...). Oscar, a sua volta, nello stesso punto, può chiamare in vita un robot gigante. E quando fra i due amici scoppieranno i primi dissapori, saranno scintille tra le due creature...

Va da sé che lo scenario “mostro contro robot”, per come è dipinto, suona più vicino a Pacific Rim che a Godzilla, ma serve in ogni caso a ribadire la natura delle dinamiche che governano il cinema dei mostri giganti, sempre pronto a incarnare i traumi e le tensioni che covano nell'animo dei personaggi umani. Colossal diventa in questo modo tanto un estemporaneo omaggio quanto una riflessione molto arguta sul genere: si diverte a sorprendere e gioca con i toni e le aspettative. I ruoli del buono e del cattivo si scambiano infatti tra due personaggi in autentica ricerca della propria identità, condizionati dai rispettivi microcosmi, ma che dovranno decidere poi la loro sorte su uno scenario “altro”. Il disinteresse che infatti dimostrano verso tutto verrà finalmente messo alla prova dalle sorti di una popolazione che i loro avatar giganti rischiano di compromettere con le proprie azioni distruttive.
 

L'assunzione di responsabilità in formato “Colossal” riesce così a divertire sia grazie agli elementi spettacolari – pochi, ma dosati con cura e ben realizzati – sia grazie alle prove degli attori e ai toni da commedia: Anne Hathaway in realtà ci aveva già abituato a ruoli bordeline (si pensi a Rachel sta per sposarsi di Jonathan Demme), mentre stupisce la bella prova di Jason Sudeikis, capace di rendere a meraviglia sia i momenti da classico personaggio piacevole e simpatico, sia quelli in cui incarna la parte più nera del suo Oscar.

Su tutto colpisce la fiducia e l'amore per il genere dei mostri, ormai accolti di diritto fra le creature positive cui si può delegare con fiducia il destino del mondo e la possibilità di usare toni scanzonati, ma epici, partendo dal molto piccolo.