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[Speciale] Godzilla: La trilogia animata


 


  

di Davide Di Giorgio

 

Cosa resterà del primo esperimento animato su larga scala di Godzilla, così diverso dagli estemporanei tentativi per la televisione? Innanzitutto il rammarico di non aver potuto vedere le tre pellicole sul grande schermo, in modo da marcare in maniera più netta la distanza con il passato di Hanna & Barbera o con la serie collegata al film di Roland Emmerich e da noi rimasta inedita. Il destino e le dinamiche di mercato hanno invece optato ancora una volta per il piccolo schermo, attraverso la diffusione via Netflix: una scelta che quantomeno ha permesso non solo di scoprire i film, ma anche di potersi poi concedere una seconda visione ravvicinata per cercare di cogliere meglio il progetto nella sua totalità, al di là delle impressioni della “prima volta”, già analizzate a dovere nelle nostre recensioni singole (Godzilla: Il pianeta dei mostri, Godzilla: Minaccia sulla città, Godzilla: Mangiapianeti).


La prospettiva “dall'alto” è in fondo quella che ci serve anche per inquadrare la trilogia nell'ambito delle più complesse dinamiche distributive che vedono oggi il sauro condiviso fra Oriente e Occidente: Hollywood porta avanti in modo diligente i suoi piani per un MonsterVerse in stile Marvel, optando per dinamiche narrative molto classiche, che vedono Godzilla opposto agli antagonisti vecchi e nuovi, in un mix di tradizione e innovazione sicuramente degno di nota. Al contrario, in Giappone sembra che si lavori con forza al sovvertimento di quanto già consolidato. In questo senso, la trilogia animata si pone immediatamente come ideale seguito di Shin Godzilla. Lo potrebbe fare persino a livello narrativo e nulla ci vieterebbe infatti di pensare all'anigoji, ovvero il gigantesco Godzilla animato, come a una sorta di versione ultimate dello Shin. Come quello ha una pelle che sembra fatta di materiale vulcanico, si evolve, tende a creare per partenogenesi altre creature e a adattarsi in maniera incredibile alle situazioni. La scena in cui Haruo e soci cercano di immobilizzare uno dei suoi esemplari facendogli franare un costone di montagna addosso, ricorda quella dei palazzi usati allo stesso modo nel film di Anno/Higuchi, fatto che suggerisce come un'influenza tra i due “universi” narrativi possa esserci effettivamente stata.


E poi c'è la comunanza di una visione non facilmente spettacolare: Shin Godzilla riesce a generare impatto con poche scene di distruzione, affidandosi più che altro all'uso serrato del montaggio e a un tono satirico e quindi anche ironico. Da parte sua, la trilogia animata opta invece per un approccio serio anzi serioso. La struttura dei tre film è divisa in modo pressoché equo fra una prima parte estremamente dialogata e una seconda dove prevale maggiormente l'azione. In mezzo un approccio più filosofico che avventuroso alla materia, con una certa prolissità, tanto che domina la sensazione di una vicenda che, con le dovute accortezze, poteva essere ridotta a un solo lungometraggio. Anche l'impatto visivo si adegua, con tendenze monocromatiche e dominanti grigiastre per il primo film, azzurre e metalliche per il secondo e dorate per il terzo, in un processo per l'appunto “filosofale” dalla roccia al metallo più nobile.


La scrittura di Gen Urobuchi opta per una visione allo stesso tempo intimista/personale e universale: è la storia di un singolo protagonista, ma anche dell'umanità intera. Per questo motivo, abbondano i dualismi: l'eroe è estremamente deciso nella sua missione, ma allo stesso tempo sballottato fra diverse istanze. Se riportiamo il conflitto a un livello più universale, è come se Urobuchi riflettesse fra le diverse anime del Giappone: quella guerriera (rappresentata dai bellicosi Bilusaludo, che non a caso a un certo punto attuano anche una strategia da kamikaze) e quella spirituale (propria degli Exif). In entrambi i casi, due visioni che implicano il superamento della propria condizione individuale e umana in nome della vittoria o della trascendenza, con annessa fuga verso il divino. In questo senso, appare congrua l'idea di costringere sempre i personaggi in tute bianche abbastanza anonime, come a volerne sottolineare l'indeterminatezza. A fare da ago della bilancia, appunto, il giovane protagonista, il cui nome Haruo non offre soltanto un collegamento alla primavera, come esplicitato chiaramente nel finale. Al contrario, Haruo rimanda anche a Nakajima, primo e indimenticato maestro della suitmation e interprete di Godzilla nell'era Showa.


 

La scelta non ci sembra casuale: Haruo è, metaforicamente, l'uomo dentro Godzilla, quello che legittima il mostro e ne determina anche gli spostamenti attraverso le strategie che impone a tutti i soldati che lo seguono nella sua crociata. Va da sé che in questo modo il sauro diventa la sintesi dei due estremi con cui Haruo deve confrontarsi: invincibile come la migliore macchina bellica, ma anche divino nelle sue infinite possibilità di rigenerazione, è l'antagonista perfetto per il protagonista e per il suo processo di maturazione interiore.


È interessante cogliere questa complessità perché implica quanto la saga di Godzilla resti fortemente ancorata a temi profondi e al concetto di identità. Per questo motivo, al pari di quanto accaduto nel fandom americano, la trilogia provoca reazioni differenti: da un lato è abbastanza evidente come l'eccessiva seriosità dell'assunto non riesca mai a diventare tragedia e quindi a generare lirismo. Resta inoltre aperto il dibattito sull'uso alquanto paradossale di un'animazione molto ancorata al realismo, laddove dal mezzo ci si sarebbe aspettata la fuga verso l'assurdo e nuove e più spettacolari possibilità (visto che si citavano i supereroi Marvel, pensiamo alla distanza fra i film dal vero dell'Uomo Ragno e il recente Spider-Man: Un nuovo universo).



D'altro canto, però, è affascinante il tentativo di riformulare la mitologia kaiju Toho in un'ottica formalmente molto diversa dal passato. Lo stesso vale per il modo in cui sono raffigurati i mostri: Godzilla è ieratico, possente, il suo raggio atomico è generato dal campo magnetico emesso dal corpo; Mechagodzilla è una sorta di enorme “blob” meccanico in grado di evolvere in una città e assimilare quello che incontra; Ghidorah è una creatura spaziale che agisce su molteplici piani di realtà; e infine Mothra è una divinità invisibile, ma la cui influenza si fa sentire parecchio, e che potrebbe rappresentare l'unica “terza via” ai dualismi della storia, attraverso la valorizzazione delle qualità umane e l'empatia offerta dal contatto fisico – praticato dalle sacerdotesse gemelle Maina e Miana, fra i personaggi più interessanti e amati della storia, cui sarà infine demandato il compito di generare gli eredi dell'umanità.


Il dualismo definitivo è dunque quello fra una sorta di “ansia da prestazione” degli aventi diritto giapponesi, che vogliono giocare sul piano internazionale mettendo in campo un'animazione e una storia molto ambiziose. Il tutto all'interno di una vicenda che comunque è orgogliosamente identitaria e rivendica il diritto di poter disporre delle proprie icone al di là di qualsiasi aspettativa di un pubblico che chiedeva soprattutto una serie di spettacolari scontri fra le creature. Di sicuro un arco narrativo di cui, nel bene e nel male, si continuerà a discutere.