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[CINEMA] Godzilla II – King of the Monsters


 


  

di Davide Di Giorgio

 

La logica degli “universi condivisi” non è certo una novità per i kaiju della tradizione Toho, che l'hanno applicata ai loro film sin dai primi anni Sessanta. È però interessante notare come l'ingresso della saga di Godzilla nella più recente declinazione del modello avvenga in modo alquanto distinto dagli esempi dominanti: se altrove prevale infatti la ricerca di stili abbastanza uniformi, che rendano compatto l'intero progetto più che le singole emanazioni, il MonsterVerse Legendary (qui al suo terzo titolo) predilige invece la differenza di tono. Il film di Michael Dougherty abbandona la sobrietà raffinata del Godzilla di Gareth Edwards e pure quel peculiare senso dell'avventura classica, capace di coniugarsi anche al presente, del Kong: Skull Island di Jordan Vogt-Roberts, in favore di una regia più decisamente orientata all'azione sfrenata, ma animata inoltre dalla voglia di operare un autentico ribaltamento delle prospettive. La scelta è evidente sin dal titolo, quel King of the Monsters che storicamente viene attribuito al solo Godzilla e che il film, invece, pone quale posta in palio nel duello con la sua storica nemesi King Ghidorah.


Il confronto, anche stavolta, si modella sul passo suggerito da una famiglia umana, lacerata dalla prima apparizione del sauro a San Francisco nel 2014 e costretta, fra alterne fortune e decisioni, a ritrovare la giusta prospettiva e il corretto equilibro interni, affini a quello naturale in cui si muovono i mostri: la circolarità dell'assunto viene ribadita dal momento in cui il capofamiglia Mark urla il nome di uno dei figli mentre i kaiju devastano le metropoli, scena che si ripete in modo molto simile all'inizio e nella parte finale del film. Pertanto, la posta in gioco è data dallo scontro fra due diverse concezioni del mondo: la prima (incarnata da Ghidorah) è basata sul controllo come dominio. Già l'idea di mostrare le tre teste “domate” da quella centrale stabilisce il senso di una natura molteplice dove solo la tirannide dell'Alpha riesce a portare l'ordine. Dal versante opposto si pone invece Godzilla, capace di provare empatia e permettere così la concordia fra gli esseri viventi in quanto tutte emanazioni di uno stesso mondo.


La trattazione imposta da Michael Dougherty riecheggia perciò le istanze “naturaliste” già esplorate in passato da autori come Yoshimitsu Banno (che, seppur scomparso, mantiene il ruolo di produttore esecutivo), ribadendo la sensibilità di una saga che continua a esplorare a suo modo la realtà e l'identità dell'uomo nel mondo: elegge a protagonisti biologi e botanici, capaci di creare apparecchi basati sulla bioacustica, ma nell'affondare le mani nel cuore del problema spariglia continuamente le carte. L'ecologia contempla così anche l'ecoterrorismo, l'affetto e l'ipersensibilità spingono alle peggiori azioni e mostri e umani possono essere salvatori o cause, “infezione” del pianeta, che viene non a caso modellato dalle loro azioni. Lo scambio di prospettiva fra “predatori” (umani e mostri) è ribadito dalla possibilità di fare degli umani gli “animali domestici” di Godzilla, una scena presente già nei primi trailer.


In questa continua ricerca dell'equilibrio dei ruoli, il film cerca quindi di unire anche una sensibilità più orientale e animista nei confronti delle creature alla muscolarità spettacolare del cinema americano, intrattenendo dialettiche molto interessanti con la tradizione dell'una e dell'altra parte. I mostri per primi sono rielaborati nelle loro caratteristiche principali, in alcuni casi riscritti con un certo vigore (si pensi a Rodan), mentre alcuni fra i momenti più celebri del passato assumono un senso opposto: il sacrificio e l'atomica, in particolare, stavolta non sono vie per la la sola distruzione del mostro-nemico, ma anche per la salvezza.


Tutto è comunque lasciato scorrere sottotraccia, come quei temi musicali classici a volte coperti dalla vigorosa rielaborazione apportata da Bear McCreary, quasi una spina dorsale di un corpo apparentemente ingovernabile come il suo mostro titolare: a livello esteriore, infatti, Dougherty cerca di prediligere un approccio immersivo alla narrazione quale autentica esperienza della visione. Lo spettatore è letteralmente gettato nella mischia, aggredito da un impatto sensoriale che produce un'autentica vertigine di sensazioni quando i Titani si scatenano, esaltati da angolazioni di ripresa indovinate e da un fortissimo impatto coreografico. In questo modo, per la prima volta, si annulla per davvero quella “sospensione d'incredulità” sempre latente in un genere che fin dagli albori ha sapientemente giocato con le percezioni di chi guarda, e il mondo di Godzilla diventa un'ipotesi possibile, in cui i mostri sono reali davanti agli occhi e vivono e agiscono da personaggi e protagonisti, non mediati da influenze d'altro tipo. C'è davvero equilibrio nel caos apparente, ma la parte migliore è il viaggio per arrivarci, mentre si reimpara letteralmente a vedere il mondo.