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GODZILLA, di Gareth Edwards: la recensione!


 


   Ogni spettatore e appassionato ha bene in mente il “suo” Godzilla, ciò che il film deve essere per tenere fede al suo mito e, ancora di più, ciò che non deve (con particolare riferimento alle eccessive libertà dell'ormai celeberrima versione di Roland Emmerich del 1998). Proprio quest'ultimo particolare sembra ben iscritto nella mente dei responsabili a capo della Legendary Pictures, visto che il primo particolare a risaltare nel nuovo film è la voglia assoluta di non sbagliare, l'ossequio preciso e onnicomprensivo delle caratteristiche tipiche del sauro atomico, così come codificato dalla tradizione: design con pochi interventi originali e in linea con la versione classica, imponenza, potenza, origine nucleare, raggio atomico (che suscita, meritatamente, l'applauso della platea), antagonisti di rilievo e una colonna sonora di Alexandre Desplat che, pur con i suoi doverosi personalismi, cerca di seguire la traccia delle indimenticabili melodie di Akira Ifukube. E poi c'è la scelta di campo precisa, per cui Godzilla è stavolta il buono – inequivocabile – della situazione, anche se la storia ha l'intelligenza di giocare bene questa carta nella prima parte, ammantata da un'ambiguità che si riflette tutta sulle aspettative dello spettatore, volutamente lasciato a confondersi circa il ruolo del cattivo, in un gioco di posizioni fra Godzilla e il nuovo mostro MUTO, molto interessante.

 

Ciò che cambia è naturalmente il contesto: l'origine chiama rispettosamente in causa anche il Giappone attraverso la figura del Dottor Serizawa - che però dell'omologo del 1954 conserva solo il nome, mentre il ruolo è più vicino a quello del dottor Yamane, che fu del grandissimo Takashi Shimura; ma per il resto lo scenario è globale, coinvolge anche le Filippine, le Hawaii e gli Stati Uniti, sia perché, dopo 60 anni di onorata carriera, è giusto che il Re dei mostri assurga a icona dell'immaginario mondiale, sia perché ancora una volta la sua presenza è un catalizzatore di ansie che ormai si allargano su più latitudini e chiamano in causa eventi traumatici della Storia più o meno recente: dal bombardamento di Hiroshima, ai test nucleari americani nel Pacifico, sino ai disastri di Fukushima, agli attentati dell'11 Settembre con l'America sotto attacco, e allo tsunami del Sud-Est Asiatico. E' l'indice di come Godzilla continui a meritarsi una centralità che è tanto più pregnante, quanto più la sua figura è capace di mantenere una forte capacità metaforica.

 

Su questo scenario il film si muove con un tono curiosamente assorto, che riverbera la natura indipendente del cinema di Gareth Edwards dopo Monsters e che, nonostante la forza del budget e l'imponenza delle scene, ci offre un film che è l'antitesi del blockbuster come lo conosciamo oggi: non ipercinetico e fracassone, ma quasi “lento”, nella misura in cui lo sforzo di contenere le gesta di simili titani è tale che ogni loro movimento appare solenne, teatrale, quasi “rallentato” nella sua maestosità. L'effetto è simile a quello di certi catastrofici americani anni Settanta o, per restare al Godzilla giapponese, ai capitoli degli anni Novanta di Takao Okawara, con meno estremismi narrativi (la narrazione resta comunque molto lineare e con i piedi per terra), ma anche con una maggiore attenzione alla forza visiva delle singole inquadrature, davvero potenti e quasi pittoriche in molti passaggi. Il che rappresenta una bella scommessa, perché sceglie un approccio raffinato e retrò per un prodotto pensato per compiacere il pubblico che si aspetta un'altra pellicola pop alla Pacific Rim (e, a visione ultimata, davvero il cross-over fra le due pellicole appare impossibile). Sarà interessante vedere le reazioni in sala, intanto va rilevato una scarsa incidenza del 3D, efficace solo in pochi passaggi e, come spesso accade, buono soltanto a deprimere le sfumature della fotografia.

 

D'altra parte Edwards era stato chiaro: il suo riferimento principale riguarda pellicole come Lo squalo e le relazioni umane dei personaggi, cui in effetti è dedicato moltissimo spazio, concentrando le imprese dei mostri in pochi e potenti passaggi. L'effetto è quello di un film un po' trattenuto, ma molto suggestivo, capace di trovare una sintesi fra un approccio “mitico” al tema e uno più intimo e realistico. A dominare è infatti tanto la forza dei legami personali, che donano importanza alle figure singole, quanto un senso di ineluttabile estraneità degli umani rispetto alla realtà: in effetti, tutti gli sforzi della nostra specie si rivelano vani o addirittura velleitari e potenzialmente distruttivi, di fronte a una natura che è capace di far da sé. Il mondo, è come se il film ci volesse dire, è dei mostri. A noi resta solo da sperare che simili giganti si schierino dalla parte giusta.

 

Ciò che invece è risolto senza riserve è l'annosa sfida fra la Gomma e il digitale: il Godzilla in CGI è maestoso e credibile, ma non saetta come un velociraptor, perché è filologicamente attento a riverberare ancora la “goffaggine” della vecchia suitmation: segno che la voglia di non sbagliare è attenta pure alle sfumature e al body language che, seppur spesso sottovalutato, gioca da sempre un ruolo fondamentale nel rapporto fra la creatura e il suo pubblico.