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Godzilla 1998 visto dalla critica italiana


 
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Nel riflettere su cosa è rimasto del Godzilla di Roland Emmerich a vent'anni dalla sua uscita, non possiamo trascurare il ruolo della critica: come era all'epoca, come accolse il film e come oggi torna a confrontarsi con lo stesso.

Nel 1998 lo spazio delle recensioni era appannaggio principale delle pubblicazioni cartacee (quotidiani e riviste specializzate), oggi fortemente ridimensionate dalla presenza delle rete: nel frattempo è emersa anche una nuova generazione di critici, meno impreparata a quel particolare momento di passaggio dall'analogico al digitale in cui la lavorazione stessa del film si situava, e quindi più attenta a rivedere e ricollocare il film in prospettiva storica.

Per questo abbiamo interpellato Giacomo Calzoni, critico cinematografico di Sentieri selvaggi, collaboratore del celebre dizionario dei film Il Mereghetti, nonché attento e preparato esegeta dell'horror e del fantastico. Ecco il suo contributo, per il quale naturalmente lo ringraziamo:
 

Mi ricordo che lo vidi in sala nel settembre del 1998, avevo quattordici anni e… sì, mi piacque. All’epoca non avevo ancora visto nessun altro film di Godzilla, tutto quello che sapevo sulla mitologia della creatura era filtrato dalle recensioni (tutte negative) e dagli articoli che avevo letto su riviste come Ciak e Film Tv. Quindi in qualche modo ero stato “preparato” al fatto che questo non fosse il vero Godzilla, ma non mi importava più di tanto. All’epoca qualsiasi blockbuster americano veniva stroncato dalla critica: persino Il mondo perduto di Spielberg, l’anno precedente, era stato accolto in maniera tiepida (perlomeno dalla stampa più generalista, a quell’età non leggevo certo Cineforum o Filmcritica), e io mi sentivo quasi in colpa per essermi divertito con un film del genere! Nel corso del tempo l’ho rivisto diverse volte (conservo ancora la versione vhs in cinemascope), e in più di un’occasione mi sono ritrovato a interrogarmi su quale sia il vero motivo che mi leghi a questo Godzilla. Non è un bel film, questo è certo. Eppure sento di dover spezzare una lancia a suo favore, cercando allo stesso tempo di mantenere un barlume di oggettività critica. Credo che l’aspetto più interessante della pellicola risieda nel fatto che Emmerich abbia voluto fortemente bandire qualsiasi componente drammatica: a differenza di altri prodotti di quel periodo decisamente molto più seriosi (lo stesso Independence Day, oppure Armageddon, con il quale perse la sfida al botteghino), questo Godzilla è un film dove la morte non esiste, non viene contemplata. Un catastrofico senza vittime (fatta eccezione per i piloti degli elicotteri che lo inseguono e pochi altri, va bene), senza drammi né tragedie. Forse è questa componente “ludica”, unita alla riuscita di alcune sequenze (tutte quelle notturne sotto la pioggia, ad esempio), che continua a esercitare un suo fascino. E poi c’è un altro aspetto, che certamente non rientrava nelle intenzioni iniziali di Emmerich e Devlin ma che a posteriori appare più che palese: la goffa impotenza del mostro che si ritrova estrapolato da suo contesto nipponico originario, ovvero l’incapacità (tutta americana) di riuscire a fare i conti con un immaginario che non è il proprio… Non a caso il film di Edwards cercherà di fare ammenda anche sotto questo aspetto. In conclusione, in quell’era di mezzo del blockbuster che sono stati gli anni Novanta credo quindi che questo film si meriti una menzione tutta sua: senza sensi di colpa da guilty pleasure, ma senza neppure improbabili e ingiustificate rivalutazioni tardive.

 

La bella e articolata analisi di Calzoni ci permette quindi di osservare come, a distanza di tempo, anche taluni aspetti considerati peculiari nella valutazione negativa del film, possano essere visti da una differente prospettiva.

Andando infatti a rivedere le recensioni dell'epoca, notiamo come l'aspetto della rappresentazione della violenza e della distruzione abbia giocato un ruolo di primo piano:
 

“Se nel film precedente [Independence Day, ndr] erano gli alieni a distruggere la Casa Bianca qui, invece, è l'esercito degli Stati Uniti che bombarda il palazzo Chrysler e distrugge il Madison Square Garden, producendo più danni del mostro da abbattere. Che è perfetto ma, nella inflazione di immaginifiche creature degli ultimi anni, non produce più la meraviglia di un tempo.”
(Roberto Nepoti, La Repubblica, 19 Settembre 1998)
 

“Diciamo subito che al di là dell'eccellente prologo muto su cui scorrono i titoli, la sceneggiatura non brilla né per soluzioni drammaturgiche né dialogiche, ma è esattamente la “griglia” entro la quale contenere le esigenze primarie del prodotto: se il target è la fascia che include i minori, il primo elemento a essere bandito è la suspense (l'attesa del mostro è frammentata in scene molteplici; lo spettatore e il personaggio vedono il pericolo simultaneamente), il secondo è la violenza (Godzilla può affondare navi, ingoiare un elicottero, anche completi di equipaggio, ma senza spargimenti di sangue), il terzo è l'approfondimento delle psicologie dei personaggi (nessuno di questi può permettersi o avere il tempo di contraddire sia pure con minime sfumature lo stereotipo che rappresenta, essendo equiparato al character di un fumetto).”
(Marcello Garofalo, Segnocinema n. 94, Novembre-Dicembre 1998)

 

La recensione di Garofalo, fra le più lunghe dell'epoca, concede comunque al film dei punti in rapporto al dittico spielberghiano di Jurassic Park:

“Personalmente trovo assai più equilibrate rispetto al genere in discussione (“mondo di merci”) tutte le sequenze di azione di questo Godzilla che non le “poche, belle e isolate” sequenze del dittico “jurassico” di Spielberg”

 

Dittico che invece è preso come riferimento positivo altrove, segno di come il dibattito critico sul nuovo cinema spettacolare che si andava formando fosse complesso e articolato:

“Godzilla può radere al suolo una città, ma la carne e il sangue, l'orrore e la paura non devono essere mostrati. La “paura” citata da Emmerich [in una dichiarazione presente nella stessa recensione, ndr.] deve venire anestetizzata e scivolare sulla superficie, non lasciare tracce, livellata sulle grafie dei computer, ancor più che nel precedente Independence Day, evocato in Godzilla in particolare nelle sequenze di distruzione metropolitana, estenuante gioco dove il senso ultimo è quello di mettere in scena un discorso di supremazia e potenza (dunque, anche in questo, ben lontano dalle straordinarie attenzioni filmiche e emozionali dello Spielberg di Jurassic Park e The Lost World).”
(Giuseppe Gariazzo, Sentieri Selvaggi, n. 4, Luglio 1998)

 

Altrove si tentava di sottolineare possibili letture più legate al momento storico contingente:

“L'unica, relativa sorpresa del film è il sottotesto antinucleare: il mostro viene “creato” dagli esperimenti francesi a Mururoa, e poi sono i francesi stessi a salvare il mondo. L'apporto decisivo è quello del “Rambo” parigino Jean Reno, che trionfa laddove l'esercito yankee è spazzato via dalle zampone di Godzilla. Quello di Reno è l'unico personaggio interessante, grazie anche alle innegabili virtù dell'attore. Per il resto, trionfano urla, distruzioni ed effetti speciali.”
(Alberto Crespi, Cineforum n. 375, Giugno 1998)

 

È invece più tranchant il giudizio dell'esperto Andrea Ferrari, citato da Calzoni nel suo intervento:

“Atmosfera zero, sceneggiatura amatoriale, interpretazioni in genere dilettantesche, con la distratta eccezione di Matthew Broderick e Jean Reno. Qualcosa si salva: i mirabili effetti speciali digitali (bello l'arrivo in città del mostro, e le sequenze d'inseguimento tra i grattacieli di Manhattan sono incredibili), il piacere infantile di assistere ad apocalittiche e innocue distruzioni. Il Mito latita: piacerà ai ragazzini.”
(Andrea Ferrari, Ciak, Ottobre 1998)

 

Da notare, comunque, come la rivista (all'epoca edita da Mondadori) abbia dedicato moltissimo spazio al film nelle sue sezioni di approfondimento. Troviamo infatti un servizio di tre pagine nel numero di Settembre e, sempre in quello di Ottobre, uno special-inchiesta “Sono ancora speciali gli effetti speciali?” di ben 10 pagine con report dal dietro le quinte e un focus sul Godzilla giapponese classico (purtroppo con il brutto titolo “Godzilla, titano del trash”).



(copertine dei due numeri di Ciak interessati, a sinistra quello di Settembre 1998, a destra quello di Ottobre).

Tutti i contributi sono sempre a opera di Andrea Ferrari, citiamo un passaggio dallo special:

“La grande novità di questi ultimi anni (…) è che in realtà l'avvento delle tecnologie digitali sta profondamente trasformando l'industria cinematografia e i rapporti creativi e di potere economico al suo interno. Grazie a dei giovani programmatori la cui opinione pesa oggi spesso più di quella dello stesso regista, l'incredibile, o l'economicamente improponibile, sono diventati accessibili, e mai come ora la visione creativa di un autore ha avuto a disposizione strumenti espressivi tanto flessibili.”

 

Come termini di un discorso ancora in divenire, Ferrari cita anche due maxi opere allora in fase di realizzazione, la trilogia dei prequel di Star Wars e la trilogia del Signore degli Anelli: tutti elementi che ci permettono di inquadrare in modo più compiuto il particolare scenario in cui Godzilla si è inserito e che ha contribuito a determinare. Un aspetto che peraltro ci interessa anche e soprattutto in rapporto alla canonica rappresentazione del mostro nei film giapponesi, dove l'uso della CGI era, negli stessi anni, molto meno estremo. A questo proposito riportiamo un passaggio dal libro Godzilla il re dei mostri: Il sauro radioattivo di Honda e Tsuburaya dei nostri Davide Di Giorgio e Andrea Gigante:

“L'utilizzo della CGI per l'animazione del rettile: oggi può apparire un dettaglio scontato, ma nel 1998 era ancora un elemento di novità, che peraltro arrivata a interrompere una tradizione lunga 22 film, realizzati in Giappone con la tecnica del mostro in gomma. Per la prima volta, Godzilla non chiede allo spettatore di metterci del suo, per accettare l'idea che quella creatura dichiaratamente innaturale sia vera. Al contrario, stavolta si offre con la forza del realismo, e quando lo vediamo emergere dall'acqua in tutta la sua imponenza, è possibile cogliere un potenziale che, se ben sfruttato, potrebbe davvero far compiere all'icona un balzo evolutivo non indifferente”

 

Balzo evidentemente mancato a causa dell'insuccesso del film, ma che pure permetterà l'introduzione di brevi sequenze con Godzilla digitali già dal successivo Godzilla 2000: Millennium fino alle derive più recenti del Godzilla di Gareth Edwards e di Shin Godzilla.

In tutto questo articolato dibattito, segnaliamo purtroppo anche alcuni autentici svarioni critici, frutto di evidente disinformazione:

“Il kolossal a risparmio, realizzato soprattutto per i mercati asiatici, è puerile, fragoroso, ogni tanto divertente”
(Lietta Tornabuoni, La Stampa, 18 Settembre 1998)


Affermare che il film sia stato pensato soprattutto per i mercati asiatici, infatti, è decisamente un azzardo superiore a quello compiuto dagli stessi autori nel loro stravolgimento di Godzilla...

(si ringrazia Massimo Causo per la collaborazione alla rassegna stampa).